Enti locali: CGIL, con riordino si indeboliscono le istituzioni pubbliche

04/12/2012

Il Governo ha intrapreso un'azione di semplificazione istituzionale che, per come è concepita, avrà come unica conseguenza l'indebolimento delle istituzioni pubbliche nel territorio, senza produrre la necessaria nuova efficacia delle funzioni pubbliche necessarie ai cittadini ed al paese.

Per giunta tale supposta semplificazione è stata accompagnata da una politica di tagli alle spese degli enti locali che produrrà l’impossibilità di continuare a fornire i servizi ai cittadini, servizi sempre più necessari nella fese di crisi che il paese attraversa ormai da tempo.

La CGIL continua a non condividere l'approccio a qualsiasi riforma istituzionale in termini di “tagli di spesa” prima di “riorganizzazione” e non può non rilevare come i numerosi decreti che si sono susseguiti nell'ultimo anno in tema di autonomie locali abbiano e avranno l'effetto contrario a quello che dovrebbe avere un necessario, e non più rinviabile, disegno organico capace di razionalizzare l'architettura istituzionale al fine di rafforzare i differenti livelli di governo rendendoli promotori di sviluppo.

Dall'articolo 23 del decreto Salva Italia al decreto 188/2012, ora in conversione in Parlamento, passando per la Spending review, e per il Decreto sugli Enti Locali, il Governo ha perseguito l'obiettivo della semplificazione mortificando gli enti locali e la loro autonomia, senza alcuna attenzione per le conseguenze che produrranno questi atti.

In tema di province, poi, prima con il tentativo di svuotarle di senso privandole di ogni funzione, poi ragionando unicamente in termini contabili-numerici, ci si è preoccupati esclusivamente di una riduzione del numero degli enti di area vasta, anziché di promuovere un ridisegno che partisse dalle funzioni. Nei provvedimenti promossi rimane di difficile rilevazione quel sistema integrato di livelli istituzionali che, solo, garantirebbe sì un risparmio di risorse attraverso il perseguimento di una chiara definizione delle competenze volta a evitare inutili sovrapposizioni e a rendere le istituzioni locali protagoniste attive della vita economica e sociale dei singoli territori.

Le modalità con le quali il Governo ha varato “il riordino delle province”, invece, hanno favorito un dibattito da parte della politica sui confini geografici e sull'individuazione dei comuni capoluogo delle nuove province, lasciando nel dimenticatoio le vere questioni centrali: quali funzioni devono essere esercitate da ciascun livello istituzionale e con quale modalità, come devono essere garantiti i servizi ai cittadini e come deve essere salvaguardata la professionalità dei lavoratori coinvolti, tema, quest'ultimo imprescindibile per garantire la qualità delle funzioni svolte e dei servizi offerti. Ci si è preoccupati troppo dei contenitori, senza alcuna qualificazione, ma anzi impoverendoli e riducendo i servizi per le persone, e molto poco dei contenuti, approvando norme che rischiano di creare un vorticoso e poco coordinato processo di riforma istituzionale e dall'altra un vero e proprio caos nell'esercizio delle funzioni e quindi nella fornitura dei servizi alla popolazione.

Il percorso intrapreso non è tuttavia cancellabile. Le norme approvate rendono impossibile (né sarebbe auspicabile) un ritorno allo status quo ante determinato dalle misure contenute nel decreto Salva-Italia.

Per questo guardiamo con preoccupazione all'iter di conversione del decreto legge 188/2012 sia per le conseguenze non preventivabili di una sua archiviazione, sia per i contenuti in esso espressi.

La CGIL ritiene che il processo di riordino non possa essere interrotto, ma che non si debba procedere senza introdurre le modifiche necessarie sanando quantomeno le inaccettabili disposizioni contenute nel decreto.

In particolare, chiediamo che:

  1. stante le funzioni fondamentali attribuite alle Province con il decreto 95/2012, convertito con legge 135/2012, sia lasciata alle Regioni, per le proprie competenze, la possibilità di allocare ulteriori funzioni a Province, Unioni di Comuni, Comuni e Città Metropolitane, tenendo conto delle peculiarità di ciascun territorio, nel rispetto dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.

  2. Siano integrate le funzioni fondamentali delle Province con la programmazione, l'organizzazione e la gestione dei servizi per il lavoro, ivi comprese le politiche per l'impiego.

  3. Siano previste deroghe al patto di stabilità interno e ai vincoli di assunzione per consentire la mobilità del personale coinvolto e per stabilizzare i lavoratori precari.

  4. Sia garantita la dislocazione sul territorio degli uffici provinciali al fine di garantire la prossimità dei servizi offerti alla cittadinanza.

  5. Sia garantita la legittimità democratica degli organi di governo delle nuove istituzioni provinciali e delle Città Metropolitane e sia garantito un governo politico della transizione, rinviando la soppressone delle giunte al termine previsto per la conclusione del procedimento di riordino.

  6. Si riveda il tema dei trasferimenti finanziari agli Enti Locali.

Queste poche modifiche non sono sufficienti a sanare i difetti di questi provvedimenti.

Un provvedimento così modificato potrà quantomeno favorire, nei mesi di transizione previsti, l'individuazione di luoghi di confronto istituzionale nazionale e territoriale in cui dare una regia a un complesso processo di riforma delle autonomie locali quale è quello in atto che vede protagonisti anche i piccoli Comuni, chiamati a gestire in forma associata, già dal 1 gennaio 2013, tre delle loro funzioni fondamentali.


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