Ideal Standard annuncia chiusura del sito di Orcenico, 400 posti a rischio

18/07/2013

Colpo di scena al ministero dello Sviluppo Economico. Mentre si stava esaminando l'atteso piano industriale con i responsabili del Gruppo "Ideal Standard", è arrivata la notizia da Bruxelles che la multinazionale americana - specializzata nella produzione di ceramica sanitaria - annunciava la chiusura dello stabilimento di Orcenico, a Pordenone (oltre 400 i lavoratori a rischio).

La riunione è stata immediatamente interrotta. Stigmatizzato il comportamento dell'azienda da parte dello stesso ministero. Dura presa di posizione delle segreterie nazionali Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil che hanno immediatamente dichiarato un pacchetto di otto ore di scioperi in tutto il Gruppo.
La produzione di “Ideal Standard”, la multinazionale americana specializzata nella produzione di ceramica sanitaria, è articolata in Europa su sei stabilimenti, più uno in Egitto.

Tre dei sei stabilimenti produttivi europei sono in Italia: Trichiana (Belluno), Orcenico (Pordenone) e Roccasecca (Frosinone). Completa la presenza del gruppo in Italia la sede di Milano e la Piattaforma logistica di Brescia. In totale i dipendenti sono 1.455.

Gli stabilimenti italiani sono principalmente dedicati alla produzione di ceramica che, per il 2013, è prevista in 1,153 milioni di pezzi a fronte di una capacità produttiva pari a due milioni di pezzi anno.

Per affrontare la sovraccapacità produttiva, già dal primo gennaio 2010 l’intero Gruppo in Italia è interessato da un “Contratto di solidarietà difensivo” che è destinato a scadere il prossimo 31 dicembre 2013 e, stante la normativa vigente, non sarà prorogabile. Senza il Contratto di solidarietà o un altro ammortizzatore sociale e senza un piano commerciale e industriale espansivo, c’è un evidente rischio di ridimensionamento: la società non fa mistero di avere come obiettivi strategici l’allineamento della capacità produttiva al mercato e il recupero di competitività attraverso la riorganizzazione produttiva.

Ministero dello Sviluppo Economico, istituzioni e sindacati chiedono un nuovo Piano industriale che consenta di mantenere l’attuale configurazione con tre siti produttivi, la sede e la Piattaforma logistica evitando la chiusura di uno stabilimento. Non solo per le evidenti conseguenze sociali ma anche perché il sacrificio di uno stabilimento non garantirebbe il futuro degli altri siti ma, al contrario, indebolirebbe la Compagnia rendendo in futuro più agevole un ulteriore disimpegno.


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