Bambini , ragazzi , genitori al tempo della crisi

30/05/2014 Il rapporto ISTAT li fotografa

L’ultimo rapporto ISTAT fotografa l’Italia al tempo della crisi, o meglio fotografa le conseguenze del perdurare della crisi in Italia. Accanto a “deboli segnali positivi” il rapporto ISTAT del maggio 2014 rileva come l’Italia sia “uno dei paesi europei con la maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi primari, guadagnati dalle famiglie sul mercato impiegando il lavoro e investendo i risparmi''  nonché di un profondo divario nord Sud, dà conto inoltre di molte situazioni allarmanti come ha rilevato anche la Presidente della Camera onorevole  Boldrini.

Diciamo subito che il nostro è, nel mondo, uno dei paesi  con la popolazione più vecchia: non solo la speranza di vita è sopra la media europea (79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne), ma  è un paese dove ogni cento   ragazzi con meno di 15 anni ci sono oltre cento cinquanta over 65enni.  Negli ultimi cinque anni sono arrivate in Italia 64mila 'cicogne' in meno. Nuovo minimo storico per le nascite da quasi vent'anni. Nel 2014 si stima che saranno iscritti all'anagrafe 12mila bambini in meno "rispetto al minimo storico registrato nel 1995" Parimenti diminuiscono anche le nascite nelle famiglie immigrate, sia perché è diminuito il loro tasso di natalità sia perché queste famiglie lasciano il nostro Paese. Non sono però solo gli stranieri a riaprire un flusso migratorio in uscita dal nostro Paese.  l’ Istat spiega che negli ultimi cinque anni, le difficoltà del mercato del lavoro hanno spinto quasi 100 mila giovani (94mila) [moltissimi fra questi i laureati] a lasciare l’Italia per cercare opportunità di lavoro al di là dei confini, Regno Unito, Germania, Svizzera le mete più frequenti.

Anche la famiglia che tradizionalmente ha svolto un ruolo di ammortizzatore sociale fatica sempre di più a svolgere questa funzione sussidiaria delle carenze del sociale. Da una parte è venuta viepiù meno la struttura stessa della famiglia: meno matrimoni “indissolubili”, più separazioni, convivenze, famiglie “cespuglio”, “arcobaleno” , ecc e d’altra parte e parimenti non più famiglie patriarcali, ma monogamiche, fino a famiglie “one-to-one” cioè uno a uno: un genitore un figlio. E’ questa ultima tipologia di famiglia che vede un trend in aumento (causa, divorzi/separazioni/fine convivenza ecc) e sono già il 15,3 percento di tutte le famiglie. Sono anche in aumento le famiglie con donne ‘breadwinner’, cioè quelle in cui la donna è l’unica ad essere occupata Tra il 2008 e il 2013 le famiglie in cui l’unico occupato è una donna sono aumentate del 34,5%. L’assottigliarsi della rete di protezione famigliare (salvo il sostegno dei nonni laddove presenti), la scarsa attenzione alla conciliazione dei tempi tra responsabilità del lavoro e della famiglia, la carenza di servizi pubblici a favore dell’infanzia rendono la famiglia con figli, specie se monogenitoriale, più fragile e più esposta al rischio di povertà. Anche la politica di tagli della spesa da parte dei Comuni influisce negativamente sulla vita dei cittadini, specie dei più piccoli. Anche qui le disuguaglianze territoriali sono assai ampie. “Una persona residente al Sud beneficia mediamente di una spesa sociale annua di circa 50 euro per i servizi e gli interventi offerti dai Comuni, contro i 160 euro del Nord-est. A livello regionale il campo di variazione si allarga ulteriormente, passando da un minimo di 26 euro in Calabria ad un massimo di 282 euro del Trentino-Alto Adige” scrive il rapporto. “Con riferimento all’insieme di tutti i servizi socio-educativi per la prima infanzia, rispetto al 2004 (anno “base” di riferimento) si è registrato un aumento complessivo di 2,1 punti percentuali: gli utenti sono passati dall’11,4 per cento dei bambini residenti nell’anno scolastico 2003/2004 al 13,5 per cento nel 2011/2012. Nell’ultimo anno di rilevazione, tuttavia, la variazione è stata di segno negativo rispetto all’anno precedente.” “I bambini che usufruiscono di asili nido comunali o finanziati dai comuni variano dal 3,5 per cento al Sud al 17,1 per cento al Nord-est, mentre la percentuale dei Comuni che garantiscono la presenza del servizio varia dal 24,3 per cento al Sud all’82,6 per cento al Nord-est. Le regioni del Sud in cui si osservano le percentuali più basse di bambini che usufruiscono dei servizi all’infanzia sono la Campania (1,9 per cento) e la Calabria (2,4 per cento). Spiccano, invece i valori di questo indicatore relativo alla presa in incarico degli utenti, per l’Emilia-Romagna (24,4 per cento), la provincia autonoma di Trento (19,5 per cento) e l’Umbria (19,1). Le regioni che registrano valori più alti per l’indice di copertura del servizio sono il Friuli-Venezia Giulia, l’Emilia-Romagna e la Valle d’Aosta.”

Le differenze territoriali non riguardano solo i servizio dei nidi, ma persistono anche rispetto al tipo di offerta integrativa o innovativa.(nido famiglia, ecc) Infatti, le regioni del Sud del Paese registrano i valori più bassi sia in relazione all’indicatore di presa in carico degli utenti sia alla percentuale di comuni coperti dal servizio integrativo.

Anche a noi questi dati sembrano allarmanti e siamo preoccupati per il presente e per il futuro dei nostri bambini e ragazzi. Sono dati allarmanti che confermano altri dati allarmanti pubblicati nei mesi scorsi, forse dovremmo “smettere di allarmarci” e cominciare tutti a darci invece seriamente da fare per modificare questa realtà.


Allegati:
 ISTAT_CAP4.pdf
Classificazione:
[Infanzia e Adolescenza] 


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