Nota sulla legge elettorale approvata al Senato

10/02/2015

Il Senato ha approvato in seconda lettura la proposta di legge elettorale, cosiddetto “Italicum”, introducendo significative modifiche rispetto al testo licenziato dalla Camera dei Deputati. Il disegno di legge prevede, in sintesi:

1. l'attribuzione di un premio di maggioranza che garantisca 340 seggi alla lista che al primo turno abbia ottenuto il maggior numero dei consensi (almeno 40%) o sia risultata vincitrice al turno di ballottaggio (non è prevista la possibilità di apparentamenti);

2. un'unica soglia di sbarramento fissata al 3%;

3. la divisione del territorio nazionale in 20 circoscrizioni, suddivise a loro volta in collegi plurinominali (100) cui sono attribuiti seggi (minimo 3 massimo 9) secondo un parametro demografico (Trentino Alto-Adige e Valle d'Aosta hanno collegi uninominali);

4. in ciascun collegio le liste presentano un candidato capolista e un listino di candidati tra cui l'elettore può indicare fino a 2 preferenze di genere diverso;

5. la possibilità di massimo 10 candidature multiple solo per i capolista “bloccati”;

6. l'attribuzione dei seggi spettanti a ciascuna lista è effettuata su scala nazionale, successivamente si calcola il riparto per circoscrizione e per collegio.

7. la legge si applica a decorrere dal 1 luglio 2016 (indicazione dovuta al fatto che la legge disciplina l'elezione della sola Camera dei Deputati in attesa dell'approvazione della riforma costituzionale che porterà all'istituzione del Senato rappresentativo di Regioni e autonomie).

La proposta di riforma della legge elettorale va letta, innanzitutto, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale 1/2014 che ha dichiarato l'incostituzionalità della precedente normativa (cosiddetto “Porcellum”). La Corte nelle motivazioni aveva indicato due vizi principali:

1. Il premio di maggioranza relativo all’elezione della Camera e del Senato, in assenza di una ragionevole soglia minima di voti ottenuti, è stato ritenuto incostituzionale in quanto lesivo dei principi costituzionali di rappresentanza e uguaglianza del voto, generando da una parte un’eccessiva distorsione tra la composizione dell’organo di rappresentanza e il voto espresso dai cittadini, dall’altra attribuendo un diverso valore ai voti espressi. La Corte ha, dunque, stabilito che i meccanismi volti a favorire la governabilità non possono provocare un eccesso di disproporzionalità tra rappresentanza parlamentare e rappresentanza reale, tra
seggi ottenuti e voti conseguiti.

2. Le liste bloccate, così come definite, erano incostituzionali in quanto lesive del principio democratico della rappresentanza dato che le circoscrizioni troppo ampie, e il conseguente elevato numero di candidati, e la possibilità di candidature multiple, rendevano impossibile per l’elettore sia conoscere e valutare i candidati, sia incidere sull’elezione della totalità dei rappresentanti.

La Corte, dunque, pur riconoscendo costituzionalmente legittimo l’obiettivo della governabilità e della stabilità, ha ribadito nella sentenza 1/2014 che tale obiettivo non può essere perseguito a scapito dei principi costituzionali di rappresentanza e di uguaglianza del voto e che la sede esclusiva della rappresentanza politica nazionale sono le assemblee parlamentari (non i governi).

L'Italicum approvato al Senato, sembrerebbe rispondere ai criteri di legittimità costituzionale indicati dalla Corte subordinando l'attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti conseguiti (40%) o alla vittoria in un eventuale secondo turno, e introducendo la possibilità di esprimere delle preferenze per una parte dei candidati.

La previsione di un meccanismo premiale che garantisca la governabilità, in questo sistema, essendo condizionato, in prima istanza, al conseguimento di un determinato consenso elettorale, scongiura l'eccessiva divaricazione tra voti espressi e seggi conseguiti che invece si riscontravano nella precedente normativa. La volontà popolare si esprime attraverso il voto nel primo turno e, qualora nessuna lista ottenga un sufficiente consenso elettorale, ha la possibilità di esprimersi nuovamente in un secondo turno che determinerà la lista cui spettano 340 seggi. In questo schema, dunque, i cittadini hanno la facoltà di decidere, in due tornate elettorali se necessario, a quale formazione spetti l'attribuzione della maggioranza dei seggi (54%): la formazione che in un primo turno abbia ottenuto almeno il 40% dei consensi o la formazione che in un secondo turno ottenga la maggioranza assoluta dei consensi. Opinabile appare, piuttosto, la non previsione di apparentamenti tra primo e secondo turno.

I 100 collegi plurinominali se da una parte consentono la conoscibilità dei candidati (liste corte con solo il capolista “bloccato”) e la possibilità di esprimere fino a 2 preferenze (superando così l'obiezione di costituzionalità data dall'impossibilità per l'elettorato di incidere sulla totalità degli eletti) presentano comunque delle incertezze sull'espressione del voto libero e personale, date da una parte dalla possibilità delle candidature multiple (fino a 10) che, di fatto, se utilizzate provocano incertezza degli eletti per la facoltà del candidato capolista di optare per un collegio piuttosto che per un altro, dall'altra dalle numerose variabili sulla ripartizione dei seggi vincenti tra i partiti di minoranza nei singoli collegi (conteggio nazionale dei voti, geografia dei collegi).

Un tale sistema comporta, infatti, che la prossima Camera dei deputati sarà composta da 340 eletti del partito vincente, di cui si può prevedere la ripartizione (100 capolista bloccati - salvo candidature multiple - e 240 eletti con le preferenze), e 278 deputati eletti nelle altre formazioni la cui ripartizione tra “bloccati” e scelti con preferenze è difficilmente prevedibile. I cittadini quindi non potranno sapere se votando il partito “X” stanno eleggendo il capolista o uno dei candidati su cui è indicabile una preferenza del proprio collegio o, addirittura per il riparto nazionale, di un altro collegio (nell'articolato è prevista un complicato sistema di attribuzione dei seggi, detto “anti-flipper” per limitare questo “slittamento” di voti tra collegi).

L'elemento di criticità, rispetto ai principi sanciti dalla sentenza della Corte in relazione alla libera scelta dei candidati, è dato, dunque, dalla previsione delle possibili candidature multiple che, riservando al “pluri-candidato” la facoltà di optare per un collegio piuttosto che per un altro, limitano la facoltà dell'elettore di incidere in modo chiaro sulla scelta del proprio rappresentante, scelta che infatti potrebbe essere subordinata, oltre che alla distribuzione dei seggi vincenti, all'opzione postuma dei capolista nel caso in cui siano candidati in più collegi.

Ulteriore elemento di valutazione e preoccupazione concerne la surrettizia modifica del sistema istituzionale che si introdurrebbe con un sistema elettorale che prevede l'indicazione del capo della forza politica e il ballottaggio. Un tale combinato renderà, di fatto, l'eventuale secondo turno, una scelta tra i due leader di partito (non a caso i ballottaggi si prevedono per le cariche monocratiche o per collegi uninominali), rendendo “obbligata” la nomina del Presidente del Consiglio da parte del Presidente della Repubblica, rompendo così l'equilibrio di poteri tra Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio e Parlamento disciplinato dalla Costituzione, introducendo de facto una sorta di premierato, in contraddizione con il fondamento di un sistema parlamentare in cui la sede esclusiva della rappresentanza politica nazionale sono le assemblee parlamentari.

La riforme della legge elettorale per quanto di natura maggioritaria, non può non tenere conto di quanto si sta operando con le modifiche costituzionali in discussione. Al netto delle specifiche criticità di queste modifiche, infatti, se l’orizzonte è il superamento del bicameralismo perfetto e l’attribuzione del potere di fiducia alla sola Camera dei Deputati, unico ramo del Parlamento eletto direttamente dai cittadini, è imprescindibile che il sistema elettorale che ne disciplina la composizione non attribuisca al Governo un sopravalore sul Parlamento che deve continuare ad essere il luogo istituzionale in cui la pluralità della società trova democraticamente spazio e la Nazione la sua rappresentanza.


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