Piano per la riqualificazione sociale e culturale delle aree urbane degradate: bando per la presentazione di proposte

06/11/2015 In attuazione di quanto previsto dalla Legge di Stabilità 2015 diamo informazione del bando “per la presentazione di proposte per la predisposizione del piano nazionale per la riqualificazione sociale e culturale delle aree urbane degradate”. In relazione ai contenuti ed alle finalità del bando, non si può non condividere il fatto che il Governo abbia mostrato attenzione verso una problematica da considerare centrale nelle politiche del Paese, rispetto alla quale la CGIL sta rinnovando il suo impegno, attraverso una campagna di iniziative volte a indagare le forme di disagio in queste aree “deboli” per orientare eventuali proposte di interventi. Se sono condivisibile le finalità, occorre tuttavia evidenziare alcuni aspetti critici che riteniamo possano ridurre fortemente la portata e l'efficacia del provvedimento.

In attuazione di quanto previsto dalla Legge di Stabilità 2015 (Legge 190/2014, articolo 1, commi 431, 432, 433 e 434), diamo informazione del bando “per la presentazione di proposte per la predisposizione del piano nazionale per la riqualificazione sociale e culturale delle aree urbane degradate”, che stabilisce le modalità e la procedura per la presentazione, da parte dei comuni, di “progetti di riqualificazione, costituiti da un insieme coordinato di interventi diretti alla riduzione di fenomeni di marginalizzazione e degrado sociale, nonché al miglioramento della qualità del decoro urbano e del tessuto sociale ed ambientale” pubblicato, seppure con notevole ritardo, nella Gazzetta Ufficiale n. 249 del 26-10-2015.

La CGIL, già nella lettura della articolato della legge di Stabilità 2015, aveva espresso perplessità nei confronti di un Piano che si inserisce nell'ambito di sperimentazioni che hanno tentato di aggredire il degrado urbano e recuperare le periferie, promuovendo operazioni di riqualificazione urbana (piani di recupero lanciati con la legge 457 del 1978, Programmi integrati di intervento previsti dalla legge 179/2002; Piani di recupero urbano introdotti dal decreto legge 398 del 1993; Contratti di quartiere definiti dalla Finanziaria nel 1997 e nel 2000; Programmi di riqualificazione urbana e sviluppo sostenibile avviati con il decreto del ministero dei Lavori pubblici 1169 del 1998; Piani Urban nel 1994 e nel 2000; Piano Città lanciato nel 2012). Piani che in gran parte hanno scontato incertezza di finanziamenti, lunghezza dei tempi attuativi e spesso inadeguatezza della macchina amministrativa.

In relazione ai contenuti ed alle finalità del bando, non si può non condividere il fatto che il Governo abbia mostrato attenzione verso una problematica da considerare centrale nelle politiche del Paese, rispetto alla quale la CGIL sta rinnovando il suo impegno, attraverso una campagna di iniziative volte a indagare le forme di disagio in queste aree “deboli” per orientare eventuali proposte di interventi.
 
Se quindi sono condivisibile le finalità, occorre tuttavia evidenziare alcuni aspetti critici che riteniamo possano ridurre fortemente la portata e l'efficacia del provvedimento.

Circa la gestione e le procedure relative all'attuazione, si configura un meccanismo burocratico complesso: la gestione sarà a cura di una struttura politica costituita da un comitato composto di 13 rappresentanti di sei ministeri insieme a rappresentanti dell'Agenzia del Demanio, Regioni e Comuni. La struttura politica si avvarrà del supporto di una segreteria tecnica, operante presso il Dipartimento per le Pari opportunità (struttura certamente inusuale a coordinare un Piano di questo tipo) composta da personale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Per attività di supporto e di assistenza gestionale il Dipartimento per le Pari Opportunità può stipulare convenzioni ed accordi con enti pubblici e privati. Una terza struttura insomma.

Di fondamentale importanza è la “povertà” della dotazione finanziaria: in tre anni vengono stanziati poco meno di 195 milioni di euro (per la precisione 194.138.500,00, 44.138.500,00 per il 2015 e 75.000.000,00 per ciascuno degli anni 2016 e 2017), per un Piano che l'ambizione di avere valenza nazionale comprendendo, nell'universo dei richiedenti, la totalità dei Comuni italiani, senza introdurre alcuna soglia demografica.

Questa circostanza, insieme alla disposizione che stabilisce per ciascun progetto (ogni Comune non può presentarne più di uno) un finanziamento non inferiore a 100.000 euro e non superiore a 2.000.000 di euro, rende il piano poco credibile: un piccolo comune, infatti, potrebbe beneficiare di uno stanziamento in qualche modo significativo, che risulterebbe del tutto insignificante, al contrario, per un'area urbana di un grande centro, dove sicuramente il disagio sociale ed il degrado urbano hanno tutt'altra rilevanza e dimensione.

Oltre a questo aspetto, comunque decisivo, appaiono di un'inutile e forse dannosa complessità i meccanismi individuati, sia nelle modalità di presentazione delle domande, che peraltro devono pervenire entro il 30 novembre, sia nei criteri di selezione affidati ad un'apposita Commissione.

Le domande devono infatti essere corredate da una robusta documentazione, che deve attestare gli aspetti sociali, di marginalità, degrado, riqualificazione edilizia. ecc. e che, tra l'altro, impone un notevole impegno anche finanziario da parte delle amministrazioni concorrenti a fronte, come già detto, di una ridottissima possibilità di poter accedere alle esigue somme messe a disposizione.

Per quanto attiene ai criteri di selezione, è prevista l'attribuzione di punteggi legati sia a macro-criteri, a loro volta articolati in sub-criteri, ricorrendo anche a “sofisticate” procedure matematiche.

Per poter presentare i progetti, infatti, i comuni devono avere nel loro territorio la presenza di aree urbane degradate. Il termine “area urbana degradata” è definito attraverso una sintesi di due indici: di disagio sociale e edilizio, ricavabili attraverso formule che contengono vari indicatori: tasso di disoccupazione, di occupazione, di concentrazione giovanile, di scolarizzazione per l'indice di disagio sociale; edifici residenziali in pessimo o mediocre stato di conservazione per l'indice di disagio edilizio.

Il comitato ha a disposizione, per valutare, una griglia di punteggi per ogni aspetto del progetto nonché un’altra serie di formule matematiche per stabilire se l’intervento è tempestivo, adatto effettivamente a migliorare il decoro urbano e capace di attirare finanziamenti. Insomma, il degrado sociale ed edilizio delle aree viene valutato “matematicamente”.

In tal modo, ed è questo l'aspetto più criticabile, si ritiene che la complessità dei fenomeni sociali e degli ambiti urbani nei quali si manifestano con più intensità, possano essere ricondotti ad espressioni puramente numeriche.

Esperienze precedenti hanno dimostrato che affidare al solo dato quantitativo la lettura di dinamiche molto eterogenee, può portare al rischio che la valutazione da parte della commissione si riduca al mero riscontro dell'esistenza o meno della documentazione richiesta per poter acquisire il previsto punteggio, senza cogliere la reale dimensione del disagio presente.

Ancora una volta si rinuncia a rielaborare ed eventualmente rendere più efficienti le esperienze precedenti e soprattutto, ad una tematica cruciale per la tenuta sociale del Paese, non si da il respiro di una programmazione pluriennale, ma ci si limita ad uno stanziamento una tantum, sicuramente irrisorio rispetto agli obiettivi che il bando si prefigge.

E' forte il rischio che anche questo programma si traduca, nei fatti, in una distribuzione a pioggia di poche risorse, che certamente non affronteranno il degrado che oggi affligge le città.


Allegati:
 G.U._26_ottobre_2015.pdf
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