E adesso un nuovo modo di fare banca, nasce Unicredit

30/05/2007 Articolo di Nicoletta Rocchi pubblicato su Rassegna Sindacale

Capitalizza in borsa 100 miliardi, seconda in Europa, sesta nel mondo. E’ presente in 20 paesi, in alcuni dei quali è leader. Più del 50% dei ricavi è realizzato oltre i nostri confini. Ha 170.000 dipendenti, una rete di 9.200 sportelli e in più di 5.000 si parla italiano, per una quota di circa il 27% del mercato domestico. Dalla fusione di Capitalia in Unicredit nasce dunque un nuovo grande soggetto economico con il cervello in Italia e con una spiccata propensione europea, che si affianca all’altro grande gruppo Intesa S.Paolo, già in fase di avanzata costruzione. In un paese che, con l’eclissi del capitalismo familiare e delle partecipazioni statali, ha smarrito la grande dimensione d’impresa, le banche costituiscono dunque una eccezione.

Eccezione positiva? Pensiamo di si. Nel corso degli ultimi 15 anni -risale infatti al 1992 la legge Amato che ne ha avviato la riforma- il settore del credito ha fatto enormi passi in avanti: caratterizzato dalla presenza di un ingente numero di piccole e piccolissime aziende, molte delle quali strette intorno al proprio campanile e da elementi di seria criticità, come nel caso di tutti gli istituti meridionali, alcuni dei quali sull’orlo del baratro, esso ha avuto la capacità e la forza di rinnovarsi, fino a concepire e perseguire progetti di spessore, rilievo e dimensione importanti. Non era affatto scontato. Basta pensare ai risultati non esaltanti dei processi di liberalizzazione avviati nello stesso periodo dal legislatore in altri settori, altrettanto strategici dell’economia, primo fra tutti le telecomunicazioni, per apprezzare la significativa differenza. E’ vero che tutto è più semplice quando si può contare sui giganteschi margini di cui hanno goduto e godono le banche, meno esposte delle imprese industriali alla concorrenza internazionale, ma è altrettanto vero che esse non erano affatto sottratte al rischio di colonizzazione, ad opera di colossi internazionali che guardavano con crescente cupidigia al ricco mercato del risparmio italiano. Se ciò non è avvenuto lo si deve certo alla rete protettiva che le autorità di vigilanza, in primo luogo la Banca d’Italia hanno teso intorno al sistema ma anche e, direi, soprattutto al fatto che, sotto l’egida del governo dell’epoca, le banche e il sindacato hanno compreso per tempo la valenza della sfida e hanno agito in direzione dell’ammodernamento necessario. Si è trattato di una rivoluzione copernicana da cui nulla del precedente è rimasto indenne: né gli assetti proprietari o le forme giuridiche, né lo stile di governance o i contenuti delle relazioni industriali, come dimostrano i profondi cambiamenti nella struttura contrattuale, il passaggio da due contratti per le casse di risparmio e per le banche ad uno con valenza generale, accompagnato dall’unificazione contrattuale degli impiegati e dei dirigenti e dall’eliminazione dei regolamenti vigenti negli ex istituti di diritto pubblico, le armonizzazioni dei trattamenti previdenziali privilegiati, l’eliminazione delle carriere automatiche e la valorizzazione del merito professionale, la nascita del fondo per la gestione degli esuberi, gli importanti e difficili negoziati che hanno accompagnato, azienda dopo azienda, le fusioni e le riorganizzazioni. Non sono peraltro mancate le ombre, alcune particolarmente cupe, che hanno coinvolto, insieme ad altri, importanti istituti in operazioni finanziarie spericolate a danno dei risparmiatori, dai bond argentini alle vicende Cirio e Parmalat, né possiamo dirci soddisfatti della qualità e dei costi dei servizi bancari ad uso della clientela ordinaria.

C’è ancora parecchio da fare in questa direzione anche per il sindacato che non può delegare interamente tale compito, importante ai fini della tutela del reddito dei lavoratori, alle associazioni dei consumatori. C’è ancora parecchio da fare anche per i riflessi che politiche commerciali troppo aggressive e spregiudicate determinano sulla prestazione lavorativa. Per questo riteniamo che, risolti brillantemente i problemi degli assetti, debba proseguire con rinnovata energia lo sforzo per una industrializzazione del settore. Nell’auspicio che la nascita del colosso Unicredit non spenga ma favorisca la competizione tra aziende di credito e, al tempo stesso, nella consapevolezza che, senza ulteriori interventi legislativi sulla governance e la contendibilità del controllo delle imprese, sulla loro struttura proprietaria, sulle Autorità di controllo o senza la promozione dello sviluppo di nuovi investitori istituzionali, non sarà possibile eliminare il rischio del conflitto di interessi dal nostro sistema economico. Occorre un poderoso balzo in avanti, dal consolidamento e dalla crescita dimensionale, anche oltre confine, allo sviluppo al rinnovamento del modo di fare banca. Occorrono banche grandi per accompagnare le nostre imprese industriali sui mercati nella competizione globale. E occorrono banche efficienti che si pongano l’obiettivo di fornire servizi eccellenti all’economia e alle famiglie, senza scorciatoie e senza grilli per la testa.

Senza tentazioni di onnipotenza che potrebbero essere forti in una realtà a capitalismo debole, bancocentrica e priva di strumenti finanziari alternativi. Non ci appassiona tanto il risiko sugli assetti proprietari e tanto meno sui patti di sindacato o sapere quanto peserà il nuovo gruppo nella compagine di Mediobanca o delle Generali in rapporto al gruppo concorrente Intesa S.Paolo. Vogliamo piuttosto che entrambi dimostrino nei fatti la volontà di perseguire progetti industriali e non di conquista e gestione del potere.

“Erogando credito gestiamo potere. Ma viviamo anche di legittimazione sociale” ha detto l’amministratore delegato del nuovo gruppo. E la legittimazione si ottiene operando correttamente, senza presumere di invadere campi altrui. Il professor Monti ha paventato che le banche possano sostituirsi alla politica, piegata dalla sua debolezza e svolgere un ruolo di supplenza del governo.

Noi, pur non temendo tale rischio, pensiamo che ciascuno debba fare bene il suo mestiere: al governo la politica economica e la politica industriale, senza pretese intrusive nella vita delle aziende, alle banche il compito di accompagnare le grandi operazioni che caratterizzano l’economia globalizzata, il sostegno alle imprese sulla strada dell’innovazione e della crescita dimensionale, il dovere di ridurre i margini della propria rendita a vantaggio dei consumatori. Su questo terreno, così come avvenuto nella fase delle grandi ristrutturazioni bancarie degli anni scorsi, il sindacato è pronto a confrontarsi. Ma non ha voglia di fare sconti sul terreno della qualità delle scelte.

 


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