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Camusso, Cgil per un'Italia meno ingiusta, meno sbagliata, meno punitiva

08/09/2015 Intervista del segretario generale della Cgil su 'Specchio economico'

Milanese, ultima di quattro sorelle, Susanna Camusso è il segretario generale della Confederazione generale italiana del lavoro dal 2010, prima donna nella storia della Cgil a ricoprire tale incarico che, nel maggio del 2014, è stato confermato durante il XVII congresso nazionale. Una storia da grande sindacalista. Nel 1975 è coordinatrice per Milano delle politiche per la formazione della Flm, allora categoria unitaria dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil. Due anni dopo entra nella Fiom, categoria dei metalmeccanici della Cgil, arrivando prima nella Segreteria di Milano e poi nel 1980 in quella regionale lombarda. Non ancora quarantenne, nel 1993 assume un nuovo incarico a Roma, entrando nella Segreteria nazionale della Fiom; nel 1997 viene eletta segretario generale della Flai Lombardia, categoria del settore agroalimentare fino alla nomina, nel 2001, a segretario generale della Cgil Lombardia. Nella Segreteria confederale, diretta da Guglielmo Epifani, arriva nel 2008, con la delega ai settori produttivi; nel maggio 2010 è Vicesegretario generale fino all’elezione a Segretario generale nel novembre successivo.

Domanda. Cosa intendeva affermando che le norme introdotte dal Jobs Act sono ingiuste, sbagliate e punitive? Cosa può fare il sindacato per un nuovo Statuto dei lavoratori?
Risposta. Ancora una volta si pensa che, riducendo i diritti dei lavoratori, si possa far ripartire l’economia. Sono norme ingiuste perché riproducono e aumentano le disuguaglianze, dividono i lavoratori rispetto alle loro condizioni. Sono ingiuste perché, presentate come superamento della precarietà, in realtà non modificano quasi nulla rispetto ai contratti atipici. Anzi, in alcuni casi alimentano ulteriori forme di precarietà. Basti pensare ai voucher e al lavoro accessorio così come viene organizzato, e all’idea che si aboliscano le norme che trasformavano le collaborazioni coordinate continuative in collaborazioni a progetto, lasciando però le prime. Non si fa quindi ordine rispetto alla precarietà, non la si abolisce ma, in compenso, si precarizza il rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Sono norme sbagliate perché si sovrappongono a quelle precedenti senza costruire un iter ragionevole e perché, anche qui, mentre l’impegno del Governo era di costruire un sistema universale di ammortizzatori, nel Jobs Act c’è la loro riduzione. Sono punitive perché si scagliano contro i diritti dei lavoratori: basti pensare alle norme sul demansionamento e a quelle sul controllo a distanza, entrambe indicative di un’idea, che continua a essere presente, di competizione al ribasso - il lavoro deve costare sempre meno -, non sulla qualità del sistema e, dall’altro, indicative della volontà punitiva nei confronti del singolo lavoratore ledendo i suoi diritti di cittadinanza. Consentire il controllo a distanza è come autorizzare chiunque a fotografare in casa d’altri o a controllare un’utenza telefonica. Il nostro Paese non riesce a trovare una normativa ragionevole sulle intercettazioni, ma lascia controllare un lavoratore senza che nessuno batta ciglio. Queste sono le ragioni per cui uso aggettivi come «ingiusto», «sbagliato» e «punitivo», non ce ne possono essere altri da usare quando si tenta di fare del lavoro una merce come ogni altra, e quando a rimetterci sono i lavoratori.

D. È paradossale che, dopo tanti tentativi della destra di abolire l’articolo 18, ci sia riuscito un Governo di sinistra.
R.
La legge delega ha avuto come effetto quello di colpire diritti universali in capo ai lavoratori, che il nostro sistema giuridico tradusse nello Statuto dei lavoratori, ma che hanno il loro fondamento negli articoli della Costituzione. Non c’è dubbio che a 50 anni di distanza c’è bisogno di rivedere alcune norme e per questo stiamo lavorando per presentare un nuovo Statuto che parli a tutto il mondo del lavoro. Negli anni Settanta essere un lavoratore significava avere un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per tutta la vita. Oggi bisogna immaginarsi di parlare a una platea più vasta, in cui vanno riconosciuti dei diritti senza i quali le politiche divengono ingiuste come quelle messe in campo dal Governo.

D. Le politiche attuali di austerity, i tagli al welfare e la crisi nel mondo del lavoro colpiscono soprattutto le categorie deboli. In questo contesto come si muove la Cgil, soprattutto per quanto riguarda il tema dei contratti di lavoro?
R. Riguardo ai contratti, la prima cosa che bisogna fare è rinnovarli. Le nostre categorie stanno presentando le piattaforme. Bisogna uscire da un circolo vizioso: il Paese da troppi anni non è innovativo e non ha un livello di produttività adeguato. Maggiore sarà un’idea di bassa retribuzione e di scarsa qualità del lavoro, minore sarà la competitività del Paese. Da questo punto di vista i contratti, durante la crisi, sono stati uno degli strumenti che hanno impedito un ulteriore impoverimento del mondo del lavoro, in particolare dei lavoratori privati. Tutt’altro discorso per il pubblico. In quel caso il blocco della contrattazione ha impedito non solo una giusta retribuzione, ma ha minato la stessa capacità di innovazione e qualificazione del lavoro in tutta la pubblica amministrazione.

D. Sulla parte pensionistica si profilano sempre tante idee: qual’è la proposta della Cgil?

R. La legge Monti-Fornero ha avuto come presupposto il controllo della spesa pubblica imposto dalla Comunità europea, e l’intervento è stato fatto sulla parte della rivalutazione per chi era già in pensione e sul taglio della prospettiva pensionistica per gli altri. Dobbiamo a questa brillante scelta tanta parte della disoccupazione giovanile del nostro Paese. Quel sistema è ingiusto. Non funziona.

D. Come lo riformerebbe lei?
R. Chiariamo subito che l’idea di una contribuzione infinita che in tanti sembrano avere, non può essere presa in considerazione. Vedo molti accanirsi sulle pensioni d’anzianità come se il nostro sistema mandasse la gente in pensione dopo qualche giorno. Ma sfido chiunque a dire che 41 anni di lavoro sono pochi o che non danno diritto a una pensione. Un’altra follia è l’aver introdotto un’età rigida - 67 anni a salire con una rapida progressione -, perché non considera la diversità di lavoro che prestano le persone e che alcuni possono essere svolti tranquillamente per un lungo periodo, altri mettono a rischio il lavoratore e in alcuni casi le persone che a lui si affidano. È l’esempio degli edili sulle impalcature, loro hanno aspettative di vita molto diverse rispetto a quelle di un lavoro di ufficio. C’è ingiustizia nell’idea che siamo tutti uguali e abbiamo tutti quell’aspettativa di vita. Inoltre, è frutto di una formula autoritaria dirigista. Bisogna, allora, introdurre flessibilità. In un regime contributivo, tuttavia, non possono introdursi ulteriori penalizzazioni, perché la pensione contributiva determina la variazione in ragione degli anni di contributi versati. Bisogna poi avere un sistema universalistico. Ci spiegarono allora che tutto questo si faceva per i giovani. La verità è che ad essi, che hanno avuto precarietà e discontinuità, questo sistema non offre alcuna possibilità di avere una pensione ragionevole. È assolutamente evidente che il sistema deve avere in sé una natura solidale che permetta anche di compensare coloro che, per le ragioni delle carriere discontinue o perché fanno i tanti lavori poveri, sono costretti ad avere un’anzianità infelice solo perché è stato peggiorato il sistema pensionistico. Questi elementi di profonda ingiustizia vanno assolutamente cambiati.

D. Cosa può fare il sindacato per impedire che si ripetano casi di malaffare, soprattutto nei Comuni? In che modo il lavoro può aiutare a rappresentare una frontiera per la legalità? Come mai non c’è una discussione da parte della politica per varare provvedimenti che facciano sì che certe situazioni non si ripetano?
R. Qualcosa si inizia a fare. Per esempio è stato reintrodotto il falso in bilancio e si sta lavorando sul riciclaggio, ma si può fare sicuramente molto di più soprattutto sui casi di corruzione che intervengono nel rapporto tra impresa e amministrazioni pubbliche o direttamente tra imprese e consorzi. Considerati i molti casi in cui la politica è coinvolta, non mi sembra una buona idea aumentare il controllo politico sulla pubblica amministrazione. La riforma Madia va in senso opposto, aumenta, invece di ridurre, la nomina dei dirigenti. La sanità è un buon esempio di cosa produce un eccesso di politica: l’introduzione sistematica di dirigenti nominati ha determinato un elemento di distorsione. Secondo tema che va affrontato sono le responsabilità delle imprese. La Confindustria è stata per una stagione all’avanguardia della lotta al malaffare e alla criminalità scegliendo l’inammissibilità o l’espulsione per quelle aziende che pagavano il pizzo. Oggi deve fare un salto di qualità perché in molte situazioni, come il Mose e l’Expo, non si è sentita, è stata assente, non ha neppure condannato le imprese che hanno corrotto e concusso. Sulle imprese sequestrate alla criminalità organizzata e sul loro riavvio in condizioni di legalità, abbiamo presentato un progetto di legge. È un tema importante perché se le aziende sequestrate non hanno la possibilità di restare attive, di continuare a dare lavoro e reddito, si insinua la convinzione che con la criminalità sia meglio perché quando interviene lo Stato, le imprese chiudono e si diventa disoccupati. C’è infine una questione che abbiamo posto e continueremo a porre sulle «false cooperative», quelle imprese cioè che usano la forma cooperativa perché più conveniente dal punto di vista fiscale e contributivo. La consideriamo una delle grandi emergenze proprio per salvaguardare il senso di mutualità e cooperazione.
D. L’Italia si è configurata negli ultimi decenni come una società delle diseguaglianze: di genere e di reddito. Quale strada il sindacato intende percorrere per ridare senso al concetto di uguaglianza, che è fondativo della propria storia? Come mai il nostro è oggi un Paese che non riesce più a garantire la produttività del sistema industriale?
R. Sono temi apparentemente diversi ma collegati. L’Italia non ha una crescita di produttività adeguata perché tanta parte del nostro sistema d’impresa si è lasciato affascinare dall’idea di un profitto facile e a breve termine. Ha sostituito l’investimento a lungo termine con la finanza speculativa. Da un altro punto di vista siamo in ritardo soprattutto nelle infrastrutture innovative. Manca un legame forte tra ciò che i servizi offrono e l’innovazione d’impresa. Nel nostro Paese si continua a pensare che le infrastrutture siano solo ponti, autostrade o ferrovie e si dimenticano le infrastrutture digitali e quelle dei servizi, assolutamente insufficienti. Abbiamo poi disuguaglianze di reddito perché si è progressivamente affermata una cultura non solidaristica di svalorizzazione del lavoro. Basta pensare alla distanza tra le retribuzioni di un manager e di un lavoratore per capire che si è determinata una frattura sociale profonda. Si è, purtroppo, affermata l’idea che a determinare la ricchezza siano solo gli uomini al comando, mentre chi lavora non abbia parte nella crescita dell’impresa.

D. Spesso si sottolinea che in Italia, negli ultimi anni, si è sedimentata una vera e propria rottura del patto sociale, sancito dalla stessa Costituzione, a partire dall’articolo 1. Ne deriva l’impressione di un Paese senza progetto; come intende la Cgil rilanciare questo obiettivo?
R. È indubbio che l’Italia sia un Paese senza progetto. L’ingresso nell’euro è stato l’ultimo disegno di dimensione nazionale, che coinvolse tutti in un dibattito che portò agli accordi sulla politica dei redditi e quindi al sistema contrattuale. Dopo di allora non si riuscì più a dare una mission all’intero Paese. È come se una parte della classe dirigente avesse delegato ad altri la grande politica. Sarà anche per questo che l’Italia conta ben poco in Europa. Che la politica non sappia quali obiettivi darsi nelle grandi scelte economiche e sociali è sempre più evidente. Non avendo un’idea si delega ad alcune grandi imprese il modello di sviluppo del Paese e ciò determina una frattura grave nel corpo sociale.

D. Lei uscirebbe dall’euro?
R. No, sarebbe un dramma innanzitutto per coloro che rappresentiamo, ma non solo. Vorrebbe dire un grandissimo impoverimento, la devastazione dei risparmi delle persone, il crollo del potere d’acquisto. Non credo che un Paese come l’Italia possa contare se non ha una dimensione europea.

D. Che ruolo svolgono i sindacati in Europa, soprattutto in questa fase? L’impressione è di scarso coordinamento se non di disorientamento. Quale tipo di coordinamento internazionale dell’azione sindacale si può sviluppare?
R. Siamo di fronte alla più grave crisi politica dell’Europa dal secondo dopoguerra e questo riguarda tutti, anche la Confederazione Europea dei Sindacati. C’è una tendenza a immaginare che ogni Paese debba pensare a se stesso. Invece deve esserci un confronto, la costruzione di un percorso comunitario. La Ces avrà il congresso a fine settembre e con Cisl e Uil intendiamo proporre un salto di qualità alla sua azione. Altrimenti anche il sindacato rischia di essere risucchiato nell’idea di una dimensione esclusivamente nazionale, che non permette di difendere il lavoro. Tutta l’Europa oggi ha il problema della disoccupazione in particolare quella giovanile. È quindi ancor più necessario un percorso comune. Poi, non c’è dubbio, bisogna sicuramente ripensare alla funzione delle istituzioni europee.

D. Il sindacato come esprime autonomia rispetto la politica di Renzi?
R. Avendo una nostra opinione sulle soluzioni per il Paese. Abbiamo presentato il piano del lavoro e presenteremo la proposta per lo Statuto dei lavoratori.

D. Si parla spesso di una vera e propria crisi e di declino delle democrazie occidentali. Condivide questo timore? Come si ripercuote tale crisi sul lavoro e sul sindacato?

R. Direi che viviamo una stagione di declino del pensiero politico e questo porta disaffezione. Pensiamo all’astensionismo. A furia di cavalcare l’idea che la politica sia totalmente autosufficiente, che non ci sia bisogno di partecipazione dei cittadini, di luoghi di rappresentanza e di sindacati, si determina una distanza con le persone che reagiscono con l’astensionismo. È l’assenza di un pensiero politico che determina la crisi della democrazia. Rassegnarsi al fatto che le istituzioni finanziarie contano sempre di più e che la politica è subalterna alle multinazionali e alle grandi banche, significa rinunciare al governo dell’economia. I trattati transatlantici di cui si sta discutendo sono la manifestazione plateale di ciò. Il messaggio che si dà alle persone è «state lontani, non ci serve la vostra partecipazione».

D. Quale rapporto tra politica ed economia? Da un lato si è detto che la politica è schiava dell’economia, dall’altro c’è chi sostiene la tesi opposta, che in realtà la politica stessa ha promosso quel tipo di economia che oggi ci ritroviamo. C’è un problema di nuove regole globali che interferiscono anche con il sindacato?

R. Nel 2007, quando si evidenziarono le responsabilità e le cause di questa crisi infinita, erano presenti un’idea e un progetto di cambiamento delle regole internazionali, ma non è successo nulla perché la politica si è arresa al potere finanziario. Si è arresa all’idea che salvare le banche era più importante che salvare le persone.

D. Secondo lei sono utili gli scioperi?
R. Assolutamente, anche se un singolo sciopero non ha mai cambiato i destini del mondo. Penso all’ultimo sciopero generale attuato insieme alla Uil il 12 dicembre scorso: senza di esso oggi avremmo un’opinione diversa nel Paese rispetto alle leggi sul lavoro.

D. Ma c’è bisogno proprio dello sciopero? Non è possibile arrivare a una trattazione a prescindere da esso?
R. Siamo di fronte a un Governo che pensa il sindacato come a una perdita di tempo. Le nostre controparti, Confindustria in testa, propongono di abbassare i salari. Le pare questo il momento in cui abbandonare lo sciopero? La finalità dello sciopero non è lo sciopero in sé, ma la modifica delle condizioni per le quali lo si è indetto. In molte occasioni si possono usare altre forme di lotta più o meno incisive, ma trovo ardita l’idea che tutti possano essere armati contro i lavoratori mentre questi non debbano avere uno strumento per far valere i propri diritti.

D. Quanti successi avete avuto con lo sciopero?
R. Abbiamo subito sconfitte ma anche tanti successi, Whirlpool è l’ultimo degli esempi che si possono fare, ma possiamo citare tante altre vertenze. Se il sistema industriale ha già perso il 25 per cento della propria capacità produttiva per colpa di imprenditori incapaci, poco lungimiranti, attratti da facili guadagni o che hanno rinunciato a intraprendere per vendere ad altri, per lo più a stranieri, la propria azienda. In questi 7 anni di crisi, oggettivamente, il sindacato ha contribuito a limitare i danni. Abbiamo siglato molti accordi che hanno portato a diminuire il costo del lavoro, impedito chiusure, favorito riconversioni e rilanci di aziende.

D. Cosa significa per la Cgil essere tagliata fuori dalla Fiat con il proprio sindacato di categoria?
R. Che gli iscritti alla Cgil non possano agire dentro la Fiat è ovviamente una sconfitta. In realtà siamo rientrati in Fiat per una sentenza della Corte costituzionale, ma quello che ancora oggi dobbiamo conquistare è il diritto di sedere al tavolo del confronto. La Fiat deve sapere che non è così facile cancellare la storia, le idee e le opinioni dei lavoratori, e questo anche se Marchionne dimostra di non avere un’idea democratica delle regole.

D. Quali conseguenze scorge, alla luce del peggioramento degli scenari economici, dal punto di vista delle donne?
R. Sono dinanzi a tutti: peggioramento della qualità del lavoro e delle retribuzioni; ritorno di tanti pregiudizi, per cui di fronte alla scarsità del lavoro si vorrebbe determinare chi ha titolo di lavorare e chi no. Per quanto mi riguarda sono per l’applicazione degli articoli 1 e 3 della Costituzione, che in sé avrebbero la risposta ai temi di parità ma che non si riescono ad applicare.

D. Qual è oggi il segno distintivo della Cgil che spiegherebbe a un giovane per convincerlo a iscriversi?

R. Lo slogan da noi usato e intorno al quale abbiamo costruito la nostra campagna: «Giovani non più disposti a tutto», ossia non più disposti a stage gratuiti, a dover fare la valigia e andarsene. Penso che invece i giovani vogliono e debbano avere voce ed essere parte di un coro fatto da tutti.

D. Stare vicino al lavoratore non significa stare anche vicino al datore di lavoro?
R. Non necessariamente.   

















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