CGIL: Epifani, riflessione programmatica parte da crisi modello neoliberista
Nel nuovo paradigma il lavoro non sia il fine dell’uomo ma l’uomo il fine del lavoro

15/07/2009

Lo sviluppo globale negli ultimi venti anni si è fondato “su una crescita insostenibile, perché fondata su una crescente disuguaglianza sociale, all’origine della stessa inflazione finanziaria, e sull’insostenibilità ecologica”. Per queste ragioni, “ogni riflessione programmatica di oggi non può che ripartire perciò dalla crisi di questo modello di sviluppo, dalla crisi economica-finanziaria che ha generato, dalle sue cause e dai suoi effetti”. È all'interno di questo quadro, segnato pesantemente dalla crisi economica, che il segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani, da il via ai lavori dell'assemblea di programma “L'Italia e la crisi. Occupazione, Diritti, Welfare: le nuove sfide dell'uguaglianza” che impegnerà da oggi fino a venerdì l'intero corpo della CGIL. Dopo vent'anni dall'ultimo appuntamento programmatico, la CGIL riunita a Chianciano mette in campo una riflessione per adottare una strategia al cospetto della crisi. Una strategia che si fonda sui temi che vengono richiamati dal titolo dato all'assemblea: occupazione, diritti e welfare.

La crisi che ha investito il mondo del credito, riversandosi pesantemente sull'economia reale, richiede, o meglio, “impone l’individuazione di un nuovo ordine mondiale e l’esigenza di nuove istituzioni sovranazionali di Governo, regolazione e controllo, capaci di ridefinire il rapporto tra democrazia e mercato”, ha detto Epifani nel corso del suo intervento di apertura dei lavori, nel delineare l'attuale scenario economico, politico e sociale. Nello specifico, ha aggiunto, “nei paesi a maggiore reddito il cambiamento richiede, in un’ottica di sostenibilità, soprattutto ambientale e delle reti sociali, un altro modello di sviluppo e di consumo. La politica industriale dovrà indirizzare i sistemi produttivi, le produzioni e lo sviluppo delle tecnologie verso l’ambiente (green economy e green-job) come volàno per la nuova crescita economica e occupazionale”. La via indicata dal leader della CGIL impone allo stesso tempo un cambio della politica, così come “la necessità esistenziale di un percorso di vera 'globalizzazione' dell'azione del sindacato”, perché si operi un “cambio di paradigma” che dalla conservazione si apra al cambiamento.

La crisi del modello neoliberista può consentire la possibilità di mettere in discussione il rapporto implicito: “più consumi meno partecipazione, più mercato meno democrazia, rimettendo al centro la persona, i suoi diritti, i suoi bisogni e l’aspirazione alla realizzazione di sé”, ha auspicato il numero uno della CGIL, nell'aggiungere che “siamo chiamati a disegnare un orizzonte nel quale l’economia e lo sviluppo servano le persone e non viceversa, in cui il lavoro non sia il fine dell’uomo, ma l’uomo il fine del lavoro: un lavoro liberato, democratizzato, spazio di libertà, affermazione di sé e realizzazione”. Una idea forza, ha rilevato Epifani, che “è al centro dell’enciclica di Benedetto XVI e di tanta parte dell’azione della Chiesa verso i diritti dei più diseredati e dei lavoratori migranti”.

Un'idea portante che richiederebbe “un ripensamento del ruolo della politica”, non “residuale in campo economico”, ma “solida e autorevole”, e che abbia come principio guida la centralità del tema della democrazia che “non deve solo essere difesa dagli attacchi a cui è esposta a partire dalla difesa della libertà e pluralismo dell’informazione, ma ripensata e ricostruita nelle sue forme, nelle sue modalità di funzionamento, con un generale programma di democratizzazione che investa l’intera vita sociale”. Un nuovo progetto democratico deve, per il numero uno di Corso d'Italia, ridefinire: “gli spazi della politica, per incidere nell’economia globale, i tempi della decisione, i soggetti della rappresentanza, i fini di un programma realistico di trasformazione sociale. Su tutti questi aspetti la democrazia è oggi in sofferenza e rischia di essere spiazzata, travolta dall’ondata dell’antipolitica”. Occorre, quindi, “ridare attualità e mordente al progetto democratico”. All'interno di questo spazio “il sindacato è un attore importante”, ha rilevato Epifani a patto che “esso sappia praticare coerentemente il principio della partecipazione e della verifica democratica in tutte le sue scelte rivendicative e contrattuali, e che sappia sempre più radicarsi nei cambiamenti del lavoro e nell’articolazione dei territori, e rappresentare quindi la complessità delle figure sociali e i diversi contesti territoriali”.

Il sindacalismo confederale, ha sottolineato Epifani, “è un anello indispensabile del rapporto tra società e politica, ed esso deve confermare e rafforzare la sua autonomia, la sua capacità di progetto, il suo essere 'soggetto politico' che entra in un rapporto dialettico, di confronto e di negoziazione, con le istituzioni democratiche”. Sta qui il valore della confederalità, “come capacità del sindacato di elaborare un progetto sociale autonomo, ampio e generale capace di dare forza ai diritti e di fornire un’identità alle persone cui si rivolge”. Questo ruolo attribuito al sindacato confederale comporta per il segretario generale della CGIL “la capacità di mettere al centro della sua azione e della sua strategia la condizione concreta di lavoro e la cittadinanza intesa come la molteplicità delle relazioni sociali in cui è inserita la persona, guardando alle forme plurali e mobili dell’identità dei soggetti, nella quale il lavoro rappresenta anche oggi la componente fondamentale, anche se non più l’unica”.

Appare oggi, infatti, “irrimandabile” il completamento della democrazia politica con i suoi complementi storici: la democrazia sociale e quella economica. “Nel suo processo di riacquisizione di spazi di agibilità - ha spiegato Epifani -, la democrazia deve scavalcare i cancelli delle fabbriche, permeare l’ambito del lavoro e della produzione, informare di sé anche i rapporti economici”. Ciò per la CGIL “significa ripensare il governo dell’economia con un nuovo ruolo della politica nella determinazione delle regole e nel definire la direzione dello sviluppo, ma significa anche intervenire a livello di democrazia industriale con una rideterminazione dei diritti e dei poteri dentro l’impresa e nei rapporti tra l’impresa ed il territorio, a partire dal confronto su come produrre, sull’organizzazione del lavoro e sulle strategie occupazionali e finanziarie, in modo da innescare meccanismi di partecipazione e sinergia dentro la dimensione-impresa, di cui i lavoratori sono parte centrale, e di trasparenza e responsabilità nei confronti delle comunità cui si rivolge”.




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