Giuliano Amato (sintesi dell'intervento)

26/01/2013

L'intervento di Giuliano Amato (sintesi)


Quando Di Vittorio lanciò il Piano del lavoro, sessant’anni fa, disse che se il progetto si fosse avviato i lavoratori avrebbero fatto la loro parte di sacrifici. Si potrà anche discutere dei sacrifici di cui la Cgil dovrebbe farsi carico oggi. “Ma quello che mi pare opinabile, quando la situazione si fa davvero difficile, è che gli occhi vengano puntati sul sindacato, e che ci si metta a discutere di mercato del lavoro”. Ha iniziato così, oggi pomeriggio, Giuliano Amato, attaccando un luogo comune – un luogo comune che ha avuto poi conseguenze pesanti per i lavoratori –, il suo intervento alla Conferenza di programma della Cgil, in corso a Roma presso il Palalottomatica. "Come se l’assenza di lavoro che caratterizza l’Italia di oggi – ha proseguito –, fosse figlia delle regole del mercato del lavoro. Le possiamo cambiare tutte da cima a fondo, non cambierebbe nulla”. La realtà, la ragione vera del dramma che in questi anni stiamo vivendo, è un’altra: il gigantesco cambiamento del rapporto tra economia reale e finanza, la scoperta che può essere più conveniente investire nella seconda che nella prima. È un rovesciamento che ha prodotto e produce distruzione di lavoro, e conseguenze, sotto il profilo etico, civile, molto pericolose. È il ritorno del Gatto e la Volpe, che nel Pinocchio di Collodi per far soldi seminano soldi. Un fare negativo: per essere buoni cittadino bisogna andare a scuola e poi lavorare, questo voleva dirci Collodi. Non è più così: la realtà è la finanza che genera finanza, un demone che divora le prospettive di lavoro e si abbatte come uno tsunami sull’economia reale: 600 trilioni di dollari di derivati, una gigantesca ricchezza crescita su un castello di carta, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti".

Se la crisi ha la sua radice nell’autonomizzarsi della finanza rispetto all’economia reale, nella scoperta che “far soldi con i soldi” può essere più conveniente che investire nella produzione e nel lavoro, come si può invertire la tendenza? Questo il tema che Giuliano Amato ha affrontato nella seconda parte del suo intervento, indicando alla platea del Palattomatica tre direzioni di marcia. La prima dovrà essere l’introduzione di “regole per portare i soldi non verso i soldi, ma verso attività che producono merci e servizi”. La seconda, un modo diverso, in Europa, di gestire la crisi. Finora non si è fatto nulla per “implementare produzione e pil con le maggiori entrate derivanti da una maggiore crescita”. La politica dell’Europa, puntando al risanamento dei bilanci, ha avuto l’unica preoccupazione dell’austerità, non si è posta il problema della crescita. Ma “per fare una politica di crescita abbiamo bisogno di un’Europa federale” ha detto Amato”. “Oggi, invece – ha proseguito –, siamo governati da un congegno intergovernativo. E così possiamo solo pagare i nostri rispettivi debiti, non ci sono strumenti fiscali di livello superiore che permettano di intervenire sulle economie reali”. Terzo punto su cui riflettere – e intervenire –, il ciclo tecnologico. Bisogna sapere che “crescita e innovazione possono anche voler dire meno lavoro. Allora dobbiamo tornare all’idea che dai settori più innovativi e con più entrate si devono trasferire risorse ai settori dove c’è più bisogno di lavoro: ai servizi alla persona e alla famiglia”. “E qui – ha chiarito Amato – il mercato da solo non ce la può fare. Occorre un forte intervento pubblico”. “Se questo panorama ha un senso, abbiamo fatto abbastanza? La colpa è forse del sindacato?”. Ognuno deve assumersi “le sue responsabilità”. Fra gli altri il sistema bancario, che “non è cambiato come si doveva, come ricordava oggi la direttora del Fondo monetario internazionale”. C’è necessità di un ritorno della finanza all’economia reale. E “non si deve aver paura, in questo senso, di un ritorno al passato, ad esempio degli istituti di credito speciale di un tempo”. “È importante quello che la Cgil ha fatto – è la conclusione di Amato –. È importante che l’Italia torni a interrogarsi sul proprio futuro, che si faccia un inventario di cosa serve per far crescere la ricchezza degli italiani”. E tra queste una particolare attenzione andrebbe al lavoro cooperativo. “Al lavoro cooperativo com’era una volta: reti anche piccole di lavoro, per consentire a persone che oggi affrontano la vita da soli, un lavoro solidale. Insomma “sul nostro futuro dobbiamo tornare a investire; non scommettere, come spesso si dice. Ce la fece l’Italia di Di Vittorio, ce la possiamo fare anche adesso”.




«ottobre 2018»
»lumamegivesado
>24252627282930
>1234567
>891011121314
>15161718192021
>22232425262728
>2930311234
News

© CGIL 2015 | Credits | Privacy