Autorizzazione Unica Ambientale: le Regioni devono adeguarsi

09/07/2015

Dal 13 giugno 2013 è in vigore il Regolamento recante la disciplina dell’Autorizzazione Unica Ambientale e la semplificazione di adempimenti amministrativi in materia ambientale gravanti sulle Piccole e Medie Imprese e sugli Impianti non soggetti ad Autorizzazione Integrata Ambientale, a norma dell’art.23 del D.L. 9/02/2012 n.5, convertito, con modificazioni, dalla Legge 04/04/2012 n.35. Il citato è stato approvato con il Decreto del Presidente della Repubblica 13/03/2013 n.59 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.124 del 29/05/2013 – suppl. Ordinario n.42.  Il modello semplificato e unificato per la richiesta è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.149 (supplemento ordinario 35), come allegato al decreto del dipartimento della Funzione pubblica 8 maggio 2015, dando attuazione al succitato decreto DPR. Con la semplificazione si accorpano 7 diversi permessi tra cui quelli relativi allo smaltimento rifiuti, fanghi ed acque reflue. Durerà 15 anni dalla data di rilascio e dovrà essere integrata con una dichiarazione di autocontrollo solo in caso di scarichi pericolosi. Malgrado si tratti dell’elemento decisivo al funzionamento della nuova autorizzazione, il modello sopraggiunge con qualche mese di ritardo, tanto che alle Regioni si
chiede di adeguarsi entro la data, ormai trascorsa, del 30 giugno 2015.

In particolare, le Regioni “adeguano i contenuti del modello adottato...in relazione alle normative regionali di settore” ed insieme con gli Enti locali ne garantiscono la massima diffusione. In base al DPR 59, i gestori degli impianti presentano domanda di Autorizzazione Unica Ambientale nel caso in cui siano assoggettati al rilascio, alla formazione, al rinnovo o all’aggiornamento di almeno uno dei seguenti titoli abilitativi:

a.  Autorizzazione agli scarichi di cui al Capo II del Titolo IV della Sezione II della Parte III del D.Lgs. 152/06;
b.  Comunicazione preventiva di cui all’art.112 del D.Lgs. 152/06, per l’utilizzazione agronomica degli affluenti di allevamento, delle acque di vegetazione dei frantoi oleari e delle acque reflue provenienti dalle aziende ivi previste;
c.  Autorizzazione alle emissioni in atmosfera per gli stabilimenti di cui all’art.269 del D.Lgs. 152/06;
d.  Autorizzazione generale di cui all’art. 272 del D.Lgs. 152/06;
e.  Comunicazione o nulla osta di cui all’art. 8 commi 4 e 6 della L. n. 447/95;
f.  Autorizzazione all’utilizzo dei fanghi derivanti dal processo di depurazione in agricoltura di cui all’art. 9 del D.Lgs. n. 99/92;
g.  Comunicazioni in materia di rifiuti di cui agli artt. 215 e 216 del D.Lgs. 152/06.

Possono  richiedere l’AUA le Piccole e Medie Imprese come definite dal DM 18 aprile 2005 e gli impianti non soggetti alla disciplina dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). La domanda deve essere presentata allo sportello unico per le attività produttive (SUAP) che la inoltra per via telematica all’autorità competente per la procedura.

Fra gli aspetti positivi vi è, senza dubbio, l’auspicata semplificazione amministrativa che deriva dall’avvenuto “accorpamento” in un unico provvedimento delle varie autorizzazioni di settore e dall’aver individuato un unico “interlocutore” per l’operatore economico. Maggiori appaiono, tuttavia, quelli negativi. Fra questi, innanzitutto, la non chiarissima ripartizione dei ruoli fra i “protagonisti” pubblici del procedimento di rilascio dell’AUA. In secondo luogo, desta perplessità la scelta stessa di investire lo SUAP del compito di fungere da “interfaccia” unico del privato, scelta, frutto forse di aspettative eccessive circa le sue possibili “performance” in un settore, quale è quello ambientale, in cui l’istruttoria presenta indubbi e significativi profili di complessità tecnica.

In terzo luogo, non appare del tutto chiara la formulazione di alcune disposizioni la cui interpretazione ha però importanti ricadute sul piano pratico. Ciò a causa del mancato coordinamento con le discipline di settore (coordinamento che, peraltro, sarebbe stato più corretto riservare ad una norma di rango primario modificativa del decreto legislativo n. 152/2006, anziché ad un Regolamento governativo).

Si pensi, in particolare, alla definizione di “modifica sostanziale”, che è dapprima descritta come «ogni modifica considerata sostanziale ai sensi delle normative di settore che disciplinano gli atti di comunicazione, notifica e autorizzazione in materia ambientale compresi nell'autorizzazione unica ambientale», ma poi si aggiunge «in quanto possa produrre effetti negativi e significativi sull'ambiente». Ma come ci si deve comportare quando le normative di settore, per qualificare una modifica come “sostanziale”, prevedono criteri fra loro diversi? E quando non richiedono, perché una modifica possa dirsi “sostanziale”, che «produca effetti negativi e significativi sull'ambiente»?

Infine, cosa significa che «l’autorizzazione unica ambientale può essere richiesta alla scadenza del primo titolo abilitativo da essa sostituito»? Si tratta di un obbligo o di una facoltà? E se, come sembra, è un obbligo, ciò significa che, richiedendo l’AUA alla scadenza della prima autorizzazione settoriale, vengono rimesse in discussione anche tutte le prescrizioni contenute nelle altre autorizzazioni ambientali assorbite, la cui scadenza “fisiologica” sarebbe stata, in ipotesi, molto più lontana nel tempo?

Come CGIL ci chiediamo: questa semplificazione, alla fine, garantisce veramente la tutela ambientale che tutti ci auspichiamo?


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