La lettera di Susanna Camusso sul Fatto Quotidiano

29/07/2015 Di seguito la risposta del Segretario Generale della Cgil, Susanna Camusso alla lettera aperta di Antonio Padellaro ai sindacati pubblicata ieri da 'il Fatto Quotidiano'

E' ora di riflettere, afferma Antonio Padellaro nel suo articolo di ieri. Lo dice citando l'adagio sulle colpe del sindacato, sulla sua responsabilità nei mali del Paese, sulla sua presunta non attenzione all'interesse generale. Non ho dubbi che un errore da evitare sia quello di far vivere le ragioni del lavoro come contrapposte a quelle dei cittadini o al funzionamento dei servizi. C'è stata troppa ritrosia a parlare di Pompei in queste ore, certamente utile alla luce dei documenti che dimostrano il coinvolgimento dell'amministrazione pubblica nell'autorizzarla. Ma è anche vero che sentivamo insufficiente dichiarare - come comunque abbiamo detto - "non abbiamo proclamato noi quell'assemblea" (vero), "non lo avremmo fatto". E comunque il sindacato non è andato nel tempo giusto a parlare con quei lavoratori.

ALL'ATAC (l'azienda dei trasporti del Comune di Roma, ndr) abbiamo firmato un'intesa per rimettere su binari ordinati un'impresa le cui "traversie" e la cui "gestione" è ben nota e il cui stato non dipende certamente dai sindacati. In quell'azienda ci si scontra con una realtà difficile, con la proliferazione di sigle autonome e corporative cui, sia detto per inciso,anche ilvostrogiornale ha dato spesso voce oltre la loro reale rappresentanza. Potrei proseguire nell'elenco e trovare, per ciascun episodio, ottime ragioni a sostegno del sindacato confederale. Ma che a nessuno venga in mente, neanche alla buona informazione, che questi e molti altri episodi siano originati dall'assenza di una democrazia sindacale regolata, stupisce.

Per parte nostra non ci siamo arresi di fronte all'incapacità della politica e del Parlamento di dare un quadro coerente e universale di regole. E dagli anni '80 che chiediamola legge sulla rappresentanza e sul voto dei lavoratori. Abbiamo fatto accordi, l'ultimo ieri con l'Alleanza delle Cooperative, che regolano le relazioni sindacali e tracciano la strada. Perché a differenza del governo, pensiamo che serva più democrazia, non meno. Che servano regole certe, sindacati forti, interlocutori credibili e riconosciuti dai lavoratori, non la proliferazione di corporativismi di ogni genere e sindacati autonomi di ogni specie.

NON SI AVRÀ mai democrazia e normalità sociale limitando la libertà di scelta dei lavoratori, o imponendo regole restrittive al diritto di sciopero. Non è in questo modo che si contrastano i fenomeni di esasperazione e corporativismo come quelli che abbiamo visto in questi giorni. Che le ragioni del lavoro siano negate, non c'è dubbio alcuno e non basta dire che è l'effetto di una crisi infinita e di un liberismo che alimenta disuguaglianze. L'autosufficienza della politica, che torna a legiferare sul lavoro limitando i diritti sperando di trarne consenso elettorale, come la negazione della rappresentanza sociale, sono diventati i tratti dell'attuale stagione che erge a sistema, e con successo, la suddivisione del mondo in amici e nemici. La costruzione del "nemico sindacato" ha avanzato con forza per due ragioni. Padellaro ne indica una: troppo chiusi a difesa degli iscritti. L'altra è la disoccupazione, quella che comunque per vastità e qualità (parlo delle migliaia di giovani che cercano lavoro) non può che mettere in crisi il sindacato confederale.

Che cosa dovremmo fare? Di certo non rimpiangere il passato, le gloriose mobilitazioni e la solidarietà perduta. Se, in questi anni, non avessimo fatto migliaia di accordi, rinnovato i contratti, rivendicato gli ammortizzatori per accompagnare processi di riorganizzazione, il Paese starebbe molto peggio e peggiore sarebbero le diseguaglianze. Continuiamo a volere un Paese capace di dare lavoro ai suoi giovar i, in grado di garantire dignità a quel lavoro, diritti ai suoi lavoratori, tutele a chi oggi non ne ha. Controcorrente? Sì, anche quando si tratta di lottare contro lo sfruttamento e le nuove schiavitù, quando si chiede che non si debba più morire di lavoro, che lo Stato compia il suo dovere controllando le aziende, o quando chiediamo che venga cambiata la legge sugli appalti al massimo ribasso che penalizza i lavoratori e favorisce la corruzione. Ma l'appello che ci rivolge Padellaro è a fare di più di quanto già oggi (e assicuro è tanto) facciamo. E a quello bisogna rispondere. Essenziale è tornare nei luoghi di lavoro. Anche la Cgil si è troppo rinchiusa nelle sedi, perdendo il gusto di stare nel territorio, in frontiera, a cercare e organizzare i lavoratori, utilizzando la nostra forza per parlare a tutti quelli che non ci conoscono, non ci vedono, e non ci considerano. Scegliere di tornare alle radici e al contrasto dei nuovi egoismi e delle solitudini per includere con la contrattazione davvero tutti, per dare a chi lavora tutela e dignità del e nel proprio lavoro.

SE QUESTO deve essere il nostro modo di essere, è anche indispensabile coinvolgere tutti sul tema della qualità del lavoro pubblico, in qualche caso della sua utilità. Non basta dire e lottare per ottenere lo sblocco dei contratti, serve che si riavvii il processo di privatizzazione del rapporto di lavoro nellapubblica amministrazione, che si sciolga quell'ambiguità fatta di tanto consociativismo, di tante scorribande politiche che poi diventano, nell'immaginario collettivo, la colpa e la corporativizzazione del sindacato. Come da tempo diciamo, nel pubblico impiego, come nel privato, se davvero sivuole cambiare, dobbiamo impegnarci ancor di più per ottenere quella certezza di regole democratiche perla misura della rappresentanza e il voto dei lavoratori.




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