Intervista a Susanna Camusso sul 'Quotidiano Nazionale'

13/01/2016 In una intervista al 'Quotidiano Nazionale' il segretario generale della Cgil: "i contratti spettano alle parti sociali, il governo pensi a rinnovare l'intesa sul pubblico"

Segretario Susanna Camusso, è vero che domani, di fronte a 5 mila delegati della Cgil, presenterete a Bologna una proposta di carta di diritti fondamentali dei lavoratori per cambiare il Jobs act e reintrodurre l'articolo 18? «Noi avviamo una consultazione straordinaria degli iscritti della Cgil su una proposta di legge di iniziativa popolare per ricostruire i diritti universali dei lavoratori, indipendentemente dal rapporto contrattuale che hanno. Tutti, lavoratori dipendenti e autonomi, devono avere i fondamentali diritti del e nel lavoro. Devono poter usufruire del riposo, della maternità, della formazione, degli ammortizzatori, della proprietà intellettuale e della tutela giuridica».

Allora come è nato l'equivoco che volete il reintegro per i licenziamenti illegittimi? «C'è una forte tentazione di leggere tutto questo come l'anti-Jobs act. Noi vogliamo essere molto più ambiziosi, pensare al futuro, riscrivere l'intero diritto del lavoro. L'insieme delle leggi e delle apparenti deregolazioni intervenute negli anni non hanno dato frutti. Forse bisogna ricostruire un punto di universalità dei diritti per tutti i lavoratori. C'è bisogno di diritti che permettano a ognuno di essere un lavoratore non subalterno ma subordinato».

Domani Cgil, Cisl e Uil presentano anche l'intesa raggiunta sul nuovo modello contrattuale. Renzi ha detto "sbrigatevi o ci pensa il governo". Cioè sarà lui a definire un salario minimo contrattuale. «Come il presidente del Consiglio sa, noi siamo pronti. Forse parlava a Confindustria. Resta il fatto che le democrazie considerano il modello di relazioni industriali una prerogativa delle parti sociali, non l'oggetto dell'intervento del governo. Peraltro, sarebbe bene che lui iniziasse a fare la sua parte rinnovando i contratti pubblici».

Renzi dice che ci sono troppi sindacati. «L'articolo 39 della Costituzione prevede che l'iscrizione al sindacato sia libera, quindi è il volere e la libertà dei lavoratori a decidere quanti sindacati ci sono».

Molti osservatori sostengono che il sindacato è arrivato a una intesa unitaria solo per non farsi scavalcare dal governo... «Osservatori che hanno uno sguardo strabico. Non si discute mai l'oggetto dei conflitti. Il problema per loro è solo misurarsi sulle dichiarazioni di Renzi».

Federmeccanica vuole superare la centralità del contratto nazionale spostando tutto sul contratto aziendale, ma introduce forme di welfare integrativo. «La Federmeccanica sostiene che gli aumenti contrattuali valgono per il 5% dei lavoratori. E l'altro 95%? E poi tutto il sistema di previdenza complementare e la sanità integrativa stanno nei contratti da lungo tempo. Possono rientrare nella contrattazione aziendale. Quel che non va bene è sostenere che essendoci contrattazione sul welfare, non c'è più bisogno del salario».

Se la Confindustria risponde picche alla proposta sindacale che cosa accade? «Le relazioni industriali dipendono dal confronto tra le parti, che richiede tempo e può determinare conflitto. Bisogna costruire delle mediazioni. Noi siamo convinti che occorra più partecipazione, non più esclusione».

La vostra proposta di modello contrattuale cosa può portare in termini di produttività e di aumento di ricchezza? «L'obiettivo è di redistribuire ricchezza verso il lavoro».

Per il sindacato il contratto nazionale disegna anche i paletti per il contratto aziendale. Non è un po' troppo? «E' sempre stato così. La contrattazione di primo livello ha una funzione regolatoria. Serve all'insieme del sistema, evitare dumping al suo interno e alle aziende per capire l'insieme dei costi».

In tempi di inflazione zero, le imprese minacciano di riprendersi i soldi dati in più con i contratti. E' un rischio reale? «Diciamo che è un tentativo per non dare aumenti».

Prevedete che a determinare gli aumenti contrattuali d'ora in poi sarà un indicatore macroeconomico. Quale? «Pensiamo a una pluralità di indicatori, a una serie di parametri che considerano la produttività nazionale e su fattori economici di distribuzione del reddito».


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