Cambiare segno ripartendo dal lavoro

10/02/2016 Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso parla della 'Carta dei diritti universali del lavoro' nella rubrica 'Quadrato rosso' sul quotidiano 'l'Unità'

Non ci rassegniamo all'idea che un nuovo sviluppo passi per il continuo abbassamento dei diritti e delle condizioni di lavoro e non ci rassegniamo al mancato rinnovo dei contratti. Facciamo bene perché, come dimostra la recente firma dell'accordo nel settore alimentare, si può e si deve.
Quell'intesa, non solo rafforza la proposta di relazioni industriali di Cgil, Cisl e Uil ma, affrontando il cambiamento, mantiene e valorizza il contratto nazionale conte elemento unificante e regolatore del lavoro nella grande, come nella piccola e piccolissima impresa. Il contratto nazionale difende reddito e potere d'acquisto, demanda saggiamente al secondo livello la contrattazione sulla produttività d'impresa che, vale la pena ricordare, è frutto di molti fattori: investimenti, innovazione, lavoro - quindi professionalità e organizzazione.

Cambiare segno è l'imperativo di questa stagione. Dopo più di sette anni di crisi qualche segnale di ripresa si vede là dove sono proseguiti gli investimenti e l'innovazione, dove l'intervento pubblico è diventato volano, dove non si sono utilizzate le ricette dell'austerity e dei tagli. Cosa serve ancora per riconoscere che si deve voltare pagina e riaprire seriamente la questione del lavoro, quel lavoro da creare con investimenti, soprattutto indirizzati al giovani, da rispettare con i diritti e da retribuire equamente? Il lavoro è patrimonio di libertà e di dignità. Oggi ne è in gran parte privato e non certo perché non sia più il 'tempo del posto fisso', slogan usato non per liberare il futuro ma per cancellare l'idea che anche il futuro possa dare certezze e stabilità alle persone.

Lavoro deve significare opportunità e deve contenere diritti. Va chiusa la stagione delle tutele variabili e diverse tra dipendenti, autonomi e precari, che sfumando i confini delle tipologie di lavoro ha penalizzato e contrapposto i lavoratori tra di loro, determinando non libertà, autorealizzazione, creatività ma instabilità e lavoro povero.

Bisogna tornare a proporre con nettezza l'idea che il lavoratore, le lavoratrici, sono persone e come tali portatrici di diritti. La Carta dei diritti universali del lavoro che propone la Cgil punta a questo. La prima parte definisce i principi e il profilo dei diritti, quelli fondamentali che devono valere per rutti i lavoratori, superando la divisione tra forme contrattuali. Sono i diritti noti, tanto attaccati negli ultimi anni, e quelli nuovi che traguardano la riunificazione del lavoro e che prevedono il bisogno di innovazione e cambiamento a partire dalla formazione permanente e dal diritto ai saperi.

La seconda parte si propone di attuare gli articoli 34 e 46 della Costituzione – democrazia, rappresentanza, erga omnes contrattuale - affermando il primato della contrattazione, la partecipazione alle scelte strategiche delle imprese, l'organizzazione del lavoro, i regimi di orario. infine, il riordino delle forme contrattuali di cui si riconosce la pluralità e non la concorrenzialità al ribasso, le ragioni, le prerogative e i diritti delle singole forme. L'obiettivo è di chiudere la stagione delle false promesse di stabilizzazione mentre, di fatto, si centuplicano i voucher favorendo così la sommersione del lavoro.

La Carta Universale dei diritti definisce il rispetto, la dignitá della persona nel lavoro e dà certezze attraverso la stabilità delle regole e la loro trasparenza. È una sfida impegnativa e per questo siamo partiti dalla consultazione straordinaria delle iscritte e degli iscritti attraverso migliaia di assemblee nei luoghi di lavoro e nel Paese. Una mobilitazione che sarà il tratto strategico della nostra iniziativa, che ben si accompagna alle piattaforme unitarie e che diventerà una proposta di legge d'iniziativa popolare sostenuta da milioni di firme. Una consultazione che propone partecipazione alle scelte e costituirà una solida base per superare steccati, mettere al centro la "questione lavoro". diventare momento di confronto per tutto il Paese. Perché è del nostro futuro che stiamo parlando.




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